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spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine alla domanda di risarcimento dei danni avanzata da un Comune nei confronti della società concessionaria

nel giudizio di responsabilità contabile l’unico titolare dell’azione è il Pubblico Ministero presso la Corte dei conti

Quanto alla riproposta eccezione di carenza di giurisdizione, appare del tutto esaustivo, al Requirente, quanto affermato dalla Sezione Lazio nella già richiamata sentenza n. 601/2012, la quale ha richiamato anche la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione in fattispecie analoghe (SS.UU., nn. 10063/2011, 4317/2010, 26280/2009/ord. e 26834/2009/ord.), laddove ha chiarito che spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine alla domanda di risarcimento dei danni avanzata da un Comune nei confronti della società concessionaria per la mancata riscossione dei relativi tributi; orientamento costantemente seguito da questa Corte dei conti (Sezione giurisdizionale Lazio, n. 1727/2011, Sezione giurisdizionale Veneto, n. 53/2011, Sezione giurisdizionale Lombardia, n. 645/2007)

sentenza numero 35 del 14 gennaio 2015 pronunciata dalla Corte dei Conti Prima Sezione Centrale Di Appello

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alcuni importanti passaggi

Quanto alla riproposta eccezione di carenza di giurisdizione, appare del tutto esaustivo, al Requirente, quanto affermato dalla Sezione Lazio nella già richiamata sentenza n. 601/2012, la quale ha richiamato anche la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione in fattispecie analoghe (SS.UU., nn. 10063/2011, 4317/2010, 26280/2009/ord. e 26834/2009/ord.), laddove ha chiarito che spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine alla domanda di risarcimento dei danni avanzata da un Comune nei confronti della società concessionaria per la mancata riscossione dei relativi tributi; orientamento costantemente seguito da questa Corte dei conti (Sezione giurisdizionale Lazio, n. 1727/2011, Sezione giurisdizionale Veneto, n. 53/2011, Sezione giurisdizionale Lombardia, n. 645/2007).

Occorrerebbe, peraltro, distinguere nella fattispecie fra la posizione di Aser, società mista concessionaria del servizio di gestione e riscossione delle entrate del Comune di Aprilia (in virtù della convenzione Rep. 1465 del 6 agosto 1999) e quella di Tributi Italia, socio privato al quale Aser (con atto di conferimento in pari data, e successivo atto aggiuntivo del 20 marzo 2000) ha trasferito, con mandato con rappresentanza, l’intera attività di gestione e riscossione delle entrate del Comune di Aprilia. Mentre Aser, quale diretto concessionario è, ai sensi dell’art. 178, r.d. n. 827/1924, agente contabile di diritto e come tale è l’unico ad essere tenuto alla resa del conto giudiziale, Tributi Italia non può considerarsi nemmeno agente contabile di fatto e come tale non sarebbe tenuto alla resa del conto (il PM cita Sezione giurisdizionale Lazio, n. 1054/2005), ma non per questo non assoggettabile alla giurisdizione della Corte dei conti, in virtù del consolidato principio giurisprudenziale secondo cui, nel riconoscimento della giurisdizione della Corte dei conti in materia di responsabilità amministrativa, ha valorizzato la relazione funzionale che si instaura fra il soggetto privato e la pubblica amministrazione ogniqualvolta il primo venga investito, anche di fatto, dello svolgimento di una data attività in favore della P.A. (cita Cassazione, SS.UU., n. 4309/2010, n. 22652/2008, n. 5163/2004, n. 4511/2006). Nel caso di Tributi Italia, ritiene il Procuratore che non si possa disconoscere che la stessa si sia inserita consapevolmente in un’attività di rilevanza e finalità pubblica, quale quella di riscuotere entrate comunali (tributarie e non) con l’obbligo di riversarle nella tesoreria comunale (art. 4 della convenzione Aser/Tributi Italia).

Inoltre, l’affermazione di parte appellante circa la pretesa improcedibilità/inammissibilità del giudizio de quo, stante l’espletamento della procedura fallimentare, appare al Requirente priva di qualunque ragionevole fondamento.

Il ricorrente persisterebbe, infatti, nell’ignorare che, da un lato, vi è assoluta indipendenza dei due procedimenti tesi ad accertare comportamenti lesivi riferiti a diverse, autonome posizioni giuridiche soggettive; dall’altro, che è proprio l’attività di verifica giudiziale circa la posizione creditoria dell’ente locale, attraverso la pronuncia del suo giudice naturale, cioé la Corte dei conti, che costituisce il presupposto ineludibile per l’insinuazione del credito vantato dal comune di Aprilia nel complessivo asse fallimentare, nel rispetto delle precedenze ex lege determinate e dei limiti stabiliti nelle ripartizioni tra i diversi aventi causa rispetto alle due società.

Infine, la doglianza circa l’omesso riconoscimento della natura fidefacente degli atti del commissario straordinario ignorerebbe che nel giudizio di responsabilità contabile l’unico titolare dell’azione è il Pubblico Ministero presso la Corte dei conti, cui spetta l’onere della richiesta di una pronuncia di giustizia, nell’interesse dello Stato comunità e dell’ordinamento, al suo Giudice naturale, sulla scorta degli elementi soggettivi ed oggettivi prodotti.

sentenza integrale

SEZIONE ESITO NUMERO ANNO MATERIA PUBBLICAZIONE
PRIMA SEZIONE CENTRALE DI APPELLO SENTENZA 35 2015 RESPONSABILITA’ 14/01/2015

Sentenza n.35/2015/A
REPUBBLICA ITALIANA
= ° =
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE PRIMA GIURISDIZIONALE CENTRALE
composta dai seguenti magistrati:
Dott. Martino COLELLA Presidente
Dott. Nicola LEONE Consigliere
Dott. Mauro OREFICE Consigliere
Dott. Piergiorgio DELLA VENTURA Consigliere relatore
Dott.ssa Giuseppa MANEGGIO Consigliere
ha pronunziato la seguente
S E N T E N Z A
nel giudizio iscritto al n. 46778 del registro di segreteria, sull’appello proposto congiuntamente da:
 TRIBUTI ITALIA S.p.a.;
 ASER s.r.l.,
entrambe in amministrazione straordinaria, nella persona del commissario straordinario Luca Voglino, entrambe rappresentate e difese dagli avv.ti Gennaro Terracciano e Luciano Imparato, nel cui studio, sito in Roma, largo Arenula 34 sono domiciliate, con indicazione di pec: gennaroterraciano@ordineavvocatiroma.org ,
per la riforma e/o l’annullamento
della sentenza della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per il Lazio 8 ottobre 2013, n. 677.
VISTI gli atti e documenti di causa;
UDITI, nella pubblica udienza del giorno 11 dicembre 2014, il consigliere relatore dr. Piergiorgio Della Ventura e il Pubblico ministero dr. Amedeo Federici; non intervenuti i rappresentanti delle parti appellanti;
Ritenuto in
F A T T O
Con atto di citazione del 29 marzo 2013 il Procuratore regionale citava in giudizio alcuni amministratori del comune di Aprilia nonché le società ASER e Tributi Italia, incaricate della riscossione e accertamento di tributi e imposte locali, per due distinte partite di danni arrecati all’ente di appartenenza:
 € 16.598.122,38 ascritti alla responsabilità dell’ex sindaco Santangelo Calogero;
 € 12.000.000,00 ascritti, nella quota di euro 800.000,00 cadauno, agli ex consiglieri Santangelo Antonello, Cosentino Cataldo, Coser Luciano, Nardin Giorgio, Moroni Marco, Boi Roberto, Tartaglia Luigi, Niccolò Pio, Corbolino Sergio, Taibbi Dino, Bacchin Elia, Cocilova Arnaldo, Longobardi Alfonso, Telesca Michelino, Colaiacovo Giuseppe;
 € 2.193.405,13 ascritti alla responsabilità di ASER S.r.l. e Tributi Italia S.p.a..
Al termine del giudizio la Sezione adita ha accertato i fatti e, dichiarata la prescrizione nei confronti degli amministratori convenuti, ha condannato le due società al pagamento della somma richiesta, gravata di rivalutazione ed interessi calcolati dall’1.3.2012 al soddisfo, oltre spese di giustizia liquidate in € 8.236,73.
La medesima Sezione giurisdizionale per il con precedente sentenza n. 601 del 7 giugno 2012, aveva condannato le società di cui sopra, oltre a numerosi amministratori a titolo sussidiario e per diversi importi, al ristoro di un danno calcolato in € 43.301.485,87 oltre spese di giustizia liquidate in € 27.169,70 essendo stati accertati mancati riversamenti, nelle casse dell’ente, di quanto dovuto a seguito delle attività di accertamento e riscossione espletate sin dal 1999.
La fattispecie dannosa all’odierno esame riguarda, invece, la vicenda a seguito della quale, nonostante l’adozione, da parte dell’ente, di un deliberato del 2003 con il quale veniva dichiarata decaduta la società ASER dalla convenzione di riscossione stipulata nel 1999 (a causa delle gravissime irregolarità riscontrate), il Consiglio comunale, con atto del 2 marzo 2007, deliberava di approvare un addendum alla citata convenzione, ridandole efficacia e introducendo, peraltro, nuove condizioni ritenute dal Procuratore regionale di questa Corte dei conti causative di ulteriori danni (eliminazione del c.d. minimo garantito, diversa quantificazione, più favorevole dell’aggio in favore della società, eliminazione di prestazioni accessorie a carico delle stesse).
L’analitica ricostruzione degli aspetti dannosi provocati dalla stipula dell’addendum risultano dalla parte in fatto della già citata sentenza 601/2012 della Sezione Lazio (pagg. 4 e seg.).
Avverso la suindicata sentenza hanno proposto gravame sia la società ASER che il socio privato TRIBUTI Italia, contestando la pronunzia del Giudice territoriale per i motivi che seguono:
– error in iudicando per violazione del principio ne bis in idem, in relazione al pronunciato già reso dalla Sezione Lazio con la sentenza 601/2012;
– error in iudicando per carenza di giurisdizione di questa Corte dei conti in materia;
– insufficienza della motivazione con riferimento alla improcedibilità o inammissibilità del giudizio di responsabilità, in applicazione degli artt. 53 e 48 del D.Lgs n. 270/1999, atteso che gli accertamenti dei crediti dell’ente locale sono di competenza del commissario straordinario che agisce nell’ambito della legge fallimentare, il cui art. 93 è richiamato dall’art. 53 del D.Lgs n. 270/1999;
– omesso riconoscimento della natura fidefacente degli atti del commissario straordinario.
Con le proprie conclusioni, recentemente depositate, il Procuratore generale ha chiesto, in via pregiudiziale, che venga dichiarata l’inammissibilità dell’appello proposto.
Osserva in proposito il Requirente che l’atto di gravame delle società Tributi Italia Spa e ASER s.r.l. – come testualmente si evincerebbe dalle formule rituali e conclusive in esso esposte – è stato notificato a tutte le parti private presenti nel giudizio di primo grado e, successivamente, depositato presso l’ufficio del Ruolo generale di questa Corte, senza la previa notificazione al Pubblico Ministero (Procuratore regionale o Procuratore generale della Corte dei conti).
Vi sarebbe stata, pertanto, palese inosservanza del nuovo regime processuale di cui all’art. 1, comma 5-bis del d.l. 15.11.1993 n. 453, conv. dalla legge 14.1.1994 n. 19 e succ. mod..
Ricorda in proposito il Requirente che la normativa in esame, fissato il termine (breve o lungo) di proposizione dell’impugnativa avverso le sentenze delle Sezioni giurisdizionali regionali, ne impone il deposito entro i successivi trenta giorni nella segreteria del giudice di appello “… con la prova delle avvenute notifiche”. Tale innovato iter procedurale, che ha parificato le posizioni delle parti pubblica e privata, avrebbe reso inapplicabile per incompatibilità la previgente disposizione di cui all’art. 5 del r.d. n. 1038/1933 – che per la sola parte privata sanciva l’equivalenza tra deposito nella segreteria della Sezione e notificazione al Procuratore generale – con la conseguenza che il deposito dell’appello della parte privata non sarebbe atto idoneo a produrre gli effetti della notifica nei confronti del Procuratore generale (cita, in proposito, Corte dei conti, SS.RR., 27 gennaio 1998, n. 3/1998/QM).
Né, prosegue il Requirente, le rassegnate conclusioni scritte del P.M. potrebbero qui, in astratto, condurre a ritenere sanato il vizio procedurale per avvenuto raggiungimento dello scopo, in virtù del principio generale di cui al terzo comma dell’art. 156 c.p.c., posto che si sarebbe al cospetto non di una mera irritualità di notifica dell’atto di gravame (nullità sanabile), bensì di totale omissione e, quindi, inesistenza giuridica della prescritta notificazione giudiziale, come tale rilevabile anche d’ufficio (art. 8 reg. n. 1038/1933) e, comunque, insuscettibile di sanatoria; sul punto, il PM cita Cassazione civile, SS.UU., 23.5.1997, n. 9859.
L’omessa rituale notifica al PM, pertanto, ad avviso della Procura generale, rende inammissibile il proposto appello.
Nel merito e per mera completezza argomentativa, ove il giudice d’appello ritenesse dover dare comunque ingresso al giudizio, il PM prende in considerazione le censure dedotte nell’atto di appello.
Del tutto inconferente ritiene il primo motivo di impugnazione, poichè risulterebbe evidente come il presente giudizio, introdotto con la citazione del 29 marzo 2013, è finalizzato al ristoro degli effetti dannosi provocati dalla formulazione dell’addendum modificativo della convenzione di riscossione stipulata con ASER s.r.l., mentre il giudizio deciso con la precedente sentenza n. 601/2012 della Sezione Lazio riguardava fattispecie dannosa di tutt’altro genere, vale a dire il mancato riversamento nelle casse dell’ente delle imposte e tributi riscosse dalla società concessionaria.
Quanto alla riproposta eccezione di carenza di giurisdizione, appare del tutto esaustivo, al Requirente, quanto affermato dalla Sezione Lazio nella già richiamata sentenza n. 601/2012, la quale ha richiamato anche la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione in fattispecie analoghe (SS.UU., nn. 10063/2011, 4317/2010, 26280/2009/ord. e 26834/2009/ord.), laddove ha chiarito che spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine alla domanda di risarcimento dei danni avanzata da un Comune nei confronti della società concessionaria per la mancata riscossione dei relativi tributi; orientamento costantemente seguito da questa Corte dei conti (Sezione giurisdizionale Lazio, n. 1727/2011, Sezione giurisdizionale Veneto, n. 53/2011, Sezione giurisdizionale Lombardia, n. 645/2007).
Occorrerebbe, peraltro, distinguere nella fattispecie fra la posizione di Aser, società mista concessionaria del servizio di gestione e riscossione delle entrate del Comune di Aprilia (in virtù della convenzione Rep. 1465 del 6 agosto 1999) e quella di Tributi Italia, socio privato al quale Aser (con atto di conferimento in pari data, e successivo atto aggiuntivo del 20 marzo 2000) ha trasferito, con mandato con rappresentanza, l’intera attività di gestione e riscossione delle entrate del Comune di Aprilia. Mentre Aser, quale diretto concessionario è, ai sensi dell’art. 178, r.d. n. 827/1924, agente contabile di diritto e come tale è l’unico ad essere tenuto alla resa del conto giudiziale, Tributi Italia non può considerarsi nemmeno agente contabile di fatto e come tale non sarebbe tenuto alla resa del conto (il PM cita Sezione giurisdizionale Lazio, n. 1054/2005), ma non per questo non assoggettabile alla giurisdizione della Corte dei conti, in virtù del consolidato principio giurisprudenziale secondo cui, nel riconoscimento della giurisdizione della Corte dei conti in materia di responsabilità amministrativa, ha valorizzato la relazione funzionale che si instaura fra il soggetto privato e la pubblica amministrazione ogniqualvolta il primo venga investito, anche di fatto, dello svolgimento di una data attività in favore della P.A. (cita Cassazione, SS.UU., n. 4309/2010, n. 22652/2008, n. 5163/2004, n. 4511/2006). Nel caso di Tributi Italia, ritiene il Procuratore che non si possa disconoscere che la stessa si sia inserita consapevolmente in un’attività di rilevanza e finalità pubblica, quale quella di riscuotere entrate comunali (tributarie e non) con l’obbligo di riversarle nella tesoreria comunale (art. 4 della convenzione Aser/Tributi Italia).
Inoltre, l’affermazione di parte appellante circa la pretesa improcedibilità/inammissibilità del giudizio de quo, stante l’espletamento della procedura fallimentare, appare al Requirente priva di qualunque ragionevole fondamento.
Il ricorrente persisterebbe, infatti, nell’ignorare che, da un lato, vi è assoluta indipendenza dei due procedimenti tesi ad accertare comportamenti lesivi riferiti a diverse, autonome posizioni giuridiche soggettive; dall’altro, che è proprio l’attività di verifica giudiziale circa la posizione creditoria dell’ente locale, attraverso la pronuncia del suo giudice naturale, cioé la Corte dei conti, che costituisce il presupposto ineludibile per l’insinuazione del credito vantato dal comune di Aprilia nel complessivo asse fallimentare, nel rispetto delle precedenze ex lege determinate e dei limiti stabiliti nelle ripartizioni tra i diversi aventi causa rispetto alle due società.
Infine, la doglianza circa l’omesso riconoscimento della natura fidefacente degli atti del commissario straordinario ignorerebbe che nel giudizio di responsabilità contabile l’unico titolare dell’azione è il Pubblico Ministero presso la Corte dei conti, cui spetta l’onere della richiesta di una pronuncia di giustizia, nell’interesse dello Stato comunità e dell’ordinamento, al suo Giudice naturale, sulla scorta degli elementi soggettivi ed oggettivi prodotti.
Il Procuratore generale chiede pertanto, alla luce di quanto argomentato, che questa Sezione d’appello dichiari inammissibile, e comunque infondato, l’appello proposto dalle società ASER e Tributi Italia, confermando l’impugnata sentenza e condannando le ricorrenti al pagamento delle spese del presente grado di giudizio.
All’udienza dibattimentale odierna, assenti i rappresentanti delle parti appellanti, il Pubblico ministero si è riportato alle proprie conclusioni, confermandone in pieno il contenuto.
D I R I T T O
1. In rito, l’appello proposto non può che essere dichiarato inammissibile.
Gli appelli di parte, in materia di conti e responsabilità, devono infatti essere notificati al P.M. secondo le comuni regole del codice di rito e, data l’unicità di questo ufficio, la giurisprudenza di questo Giudice contabile, ha da sempre affermato che la notifica possa essere effettuata, indifferentemente, al Procuratore regionale ovvero al Procuratore generale (v., per tutte, Corte dei Conti Sez. II app., 29 luglio 1997, n. 122): ma, in ogni caso, non è ammissibile una totale omissione di questo fondamentale adempimento.
2. Si ricorda, in proposito, che l’art. 98 del r.d. 13 agosto 1933, n. 1038 (regolamento di procedura per i giudizi innanzi alla Corte dei conti) stabiliva che l’appello doveva essere “proposto con istanza alle sezioni riunite”; il successivo art. 99 precisava poi che “l’istanza” doveva “essere depositata, nel termine prescritto per l’appello, nella segreteria della Corte insieme con la copia autentica della decisione impugnata, munita del regolare referto di notificazione, quando questa abbia avuto luogo”.
Senonché, mentre per la parte privata appellante valeva il principio posto dall’art. 5 dello stesso r.d. (secondo cui “in tutti i casi in cui sia prescritta la notificazione giudiziale di ricorsi, atti o memorie, il deposito in segreteria equivale a notificazione al procuratore generale”) per la parte pubblica appellante rilevava invece l’art. 100, ai sensi del quale “Nel termine prefisso per l’appello, il procuratore generale deve depositare in segreteria la dichiarazione d’appello, e indi nei trenta giorni successivi al deposito, notificare l’atto formale alla parte avversaria. Eseguita tale notificazione, la copia notificata dell’atto di appello deve essere depositata in segreteria entro i trenta giorni successivi, insieme con la copia della decisione impugnata”.
Questa disarmonia del sistema è stata superata dalla normativa degli anni ’90. L’art. 1, comma 5-bis del d.l. n. 453 del 1993, convertito nella legge 14 gennaio 1994, n. 19 e successivamente modificato dal d.l. n. 543 del 1996, convertito nella legge 20 dicembre 1996, n. 639, stabilisce infatti che l’appello davanti alla Corte dei conti è “proponibile dalle parti, dal procuratore regionale competente per territorio o dal procuratore generale, entro sessanta giorni dalla notificazione o, comunque, entro un anno dalla pubblicazione. Entro i trenta giorni successivi esso deve essere depositato nella segreteria del giudice d’appello con la prova delle avvenute notifiche, unitamente alla copia della sentenza appellata. Agli appelli si applicano le disposizioni di cui all’articolo 3 della legge 21 marzo 1953, n. 161. La facoltà attribuita alla amministrazione dall’art. 6, comma 4, si applica anche ai giudizi di appello in materia pensionistica e comprende il potere di proposizione del gravame”.
La nuova disposizione sopra riportata, è stato pacificamente ritenuto, ha implicitamente abrogato l’art. 5 comma 1 del r.d. n. 1038 del 1933: v., al riguardo, Corte dei conti, Sezioni Riunite, 27 gennaio 1998, n.3/QM e n. 3/QM del 1999. E dunque, il deposito dell’appello in segreteria non è più equivalente alla notifica al PM: v., ex multis, Corte dei conti, Sez. riun. n. 3/QM del 1998 e 20 aprile 1997, n. 49; Sez. I app., 22 aprile 2003, n. 128, 27 ottobre 2000, n. 320 e 7 maggio 1997, n. 76; Sez. II app., 14 novembre 1997, n. 215 e 17 ottobre 1996, n.113; Sez. app Sic., 17 aprile 2009, n. 147.
Oltre a ciò, va pure precisato, trattandosi di notifica inesistente e non già meramente irregolare, l’istituzionale presenza del P.M. nel giudizio d’appello non può comportare, ex art. 156 comma 3 c.p.c., la sanatoria della notificazione inesistente (Corte dei conti, Sez. I app., 6 luglio 2000, n. 206), né deriva sanatoria dal fatto che il P.M. abbia controdedotto nel merito (Corte dei conti Sez. I app., 28 giugno 1999, n. 211; Sez. III app., 24 gennaio 1996, n. 2.
3. Ciò posto, nel caso di specie risulta evidente la mancata notifica dell’appello al Procuratore (sia quello regionale, che quello generale), tanto è vero che il PM contabile non risulta neppure indicato nell’elenco dei soggetti cui effettuare la notifica in questione; né gli appellanti hanno mai negato tale circostanza.
L’appello proposto, pertanto, va dichiarato inammissibile, senza possibilità, per questo Giudice, di pervenire all’esame del merito delle doglianze attoree.
Le spese di giudizio, da ultimo, seguono la soccombenza e devono essere poste a carico dei ricorrenti, in solido e in parti uguali.
P. Q. M.
La Corte dei conti – Sezione prima giurisdizionale d’appello, definitivamente pronunziando, ogni contraria istanza ed eccezione reiette:
 DICHIARA INAMMISSIBILE l’appello in epigrafe;
 CONDANNA gli appellanti, in solido e in parti uguali, alla rifusione delle spese del presente grado di giudizio in favore dello Stato; spese che, all’atto della presente decisione, sono liquidate in € 96,00 (€ novantasei/00).
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 11 dicembre 2014.
IL RELATORE
(f.to Piergiorgio Della Ventura)
IL PRESIDENTE
(f.to Martino Colella)

Depositata in Segreteria il 14 gennaio 2015
Il Dirigente
f.to Massimo Biagi

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