venerdì , 17 agosto 2018

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Corte dei Conti: condannato un medico alla restituzione di euro 485.438,02

L'importo corrisponde all’esubero fra quanto corrisposto come massimale dalla compagnia assicuratrice, e quanto versato dall’Azienda sanitaria, gravata dagli oneri accessori e dalla somma non coperta dal massimale assicurativo

GIUSTO UN'OSSERVAZIONE

la sentenza civile viene completamente stravolta dal giudice contabile:

Questo Collegio, quindi, non ravvisa alcuna carenza della struttura sanitaria che nel giudizio civile è stata condannata, per la responsabilità di natura contrattuale, in solido con il dott.  ; nel giudizio di responsabilità, invece, il danno è interamente attribuibile all’odierno convenuto che ha agito con marchiana superficialità, non essendovi i presupposti per addossare parte di questo danno all’ente sanitario.

la riflessione da fare è la seguente:

potrebbe la compagnia di assicurazioni della struttura sanitaria rivalersi sul medico?

non dimentichiamoci che la sentenza civile è passata in giudicato…

 

La  compagnia assicuratrice dell’autoveicolo condotto   ha corrisposto il 20.02.2004, in esecuzione delle citate sentenze  la somma di € 631.070,00, pari al massimale rivalutato, e ha pagato le spese processuali e di registrazione della sentenza del Tribunale;  Assicurazioni   ha corrisposto il 29.09.2011 per conto dell’U.S.L. n. 43, già U.S.L. n. 5 e oggi Azienda Sanitaria  a, la somma di € 77.486,56, pari al massimale di polizza;   Assicurazioni s.p.a. ha pagato, in data 24.02.2012, per conto del dott. A_ la somma di € 51.645,68, pari al massimale di polizza.

 

sottoposta alla Corte dei Conti della Sicilia, sentenza numer0 76 del 6 febbraio 2018  una fattispecie di danno ulteriore, non coperto dalle compagnie di assicurazione per il superamento dei massimali di polizza.

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il testo integrale della sentenza

                   REPUBBLICA ITALIANA

                      In Nome del Popolo Italiano

La Corte dei Conti

Sezione Giurisdizionale per la Regione Siciliana

composta dai Sigg.ri Magistrati:

dott. Giuseppe COLAVECCHIO                                  – Presidente ff –

dott.ssa Giuseppa CERNIGLIARO                                 – Consigliere –

dott. Giuseppe GRASSO                                      – Primo referendario –

ha pronunciato la seguente

    SENTENZA  76/2018

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 64062 del registro di segreteria, promosso dalla Procura Regionale nei confronti di

·                    A_ Angelo, appresentato e difeso dall’avv. Giovanni Immordino, dall’avv. Giuseppe Immordino e dall’avv. Giuseppe Nicastro, giusta procura in calce alla comparsa di costituzione ed elettivamente domiciliato presso il loro studio in Palermo, via Libertà n. 171.

Visto l’atto di citazione.

Letti gli atti ed i documenti di causa.

Uditi, nella pubblica udienza del 17.01.2018, il relatore cons. Giuseppe Colavecchio, il pubblico ministero dott.ssa Licia Centro, vice procuratore generale, l’avv. Giovanni Immordino per il convenuto.

            Ritenuto in

FATTO

            1. La Procura Regionale presso questa Sezione, con atto di citazione depositato in segreteria in data 15.12.2016 e ritualmente notificato, a seguito della delibera n. 879/CS dell’11.03.2014 dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina conveniva in giudizio il dott. A_ Angelo per essere condannato al pagamento della somma di € 485.438,02, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali, per il danno erariale cagionato alla citata struttura sanitaria.

            1.1. L’organo requirente riferiva che l’esborso di cui sopra era conseguenza del risarcimento per il danno patito in data 29.07.1988 dal sig. StefanoP_ a seguito del ricovero presso il reparto di ortopedia-traumatologia dell’ospedale di Milazzo, ove veniva praticata un’ingessatura non adeguata dell’arto destro.

            In particolare, il sig. StefanoP_, dopo il sinistro stradale cagionato dai coniugi B_ e Giancristofaro, era sottoposto ad un intervento chirurgico per la lesione al ginocchio destro e, successivamente, per l’insorgenza di complicazioni era ricoverato all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna ove, in data 02.08.1988, “accertata l’assenza di circolo e il progredire verso gangrena del danno ischemico” subiva “l’amputazione dell’arto destro al di sopra del ginocchio”.

            1.2. Il sig. StefanoP_ e i suoi genitori, GiuseppeP_ e Maria M_, nel novembre del 1990 citavano in giudizio i coniugi B_ e Giancristofaro, che avevano causato il sinistro stradale, l’U.S.L. n. 43 di Milazzo, poi confluita nell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, e il dott. A_ Angelo, medico responsabile del reparto di ortopedia dell’ospedale di Milazzo, per ottenere il risarcimento dei danni subiti.

            Il Tribunale di Messina, con sentenza n. 2608/2003, condannava i convenuti al risarcimento della complessiva somma di € 612.010,00 oltre accessori; la Corte d’Appello di Messina, con sentenza n. 671/2012, confermava, secondo l’organo requirente, “sostanzialmente … la sentenza del giudice di primo grado” e ripartiva “la responsabilità dell’evento dannoso nella misura del 90% a carico dell’A_ e dell’U.S.L. e del 10% a carico dei coniugi B_ e Giancristofaro”; l’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, con la delibera n. 879/CS dell’11.03.2014 di cui sopra, per dare esecuzione alla citata sentenza, erogava la somma di € 485.438,02 in favore del sig. StefanoP_ e degli eredi del sig. GiuseppeP_ (Maria M_, GaetanoP_, StefanoP_, GiuseppeP_, VeneraP_ e Maria LisaP_).

            1.3. L’attore pubblico sosteneva, attraverso la lettura delle sentenze civili, che il convenuto aveva negligentemente ignorato “che la gravità della situazione imponeva un’estrema cautela operativa e un assiduo monitoraggio dello stato di irrorazione arteriosa nel territorio dalla lesione; verifica resta impossibile dall’apparecchio gessato inopinatamente e superficialmente collocato dall’ortopedico, che con imperizia aveva realizzato l’immobilizzazione in doccia gessata, senza lasciare libera la parte posteriore della gamba e del piede per consentire un’attenta sorveglianza della circolazione”.

            1.4. A confutazione delle deduzioni difensive del dott. A_, il pubblico ministero riferiva che la responsabilità della struttura sanitaria era smentita dalle pronunce dei giudici civili che avevano evidenziato come la tempestiva manovra di riduzione della lussazione “era stata eseguita da una condotta terapeutica del tutto inosservante del protocollo diagnostico, affermando che era stato omesso l’accertamento della molto sospetta lesione vascolare, da effettuare in via strumentale o chirurgica”; aggiungeva di non condividere la tesi difensiva circa errori nella quantificazione del danno, basata su una nota della compagnia Assicurazioni Generali s.p.a. del 10.05.2016 che dava atto di avere corrisposto alle controparti la somma di € 684.229,09, in quanto la somma di € 485.438,02 pagata con la delibera di cui sopra, oggetto del presente giudizio, costituiva “l’ulteriore risarcimento quantificato in esecuzione della sentenza della Corte d’Appello di Messina n. 671/2014”.

            2. Il dott. A_ Angelo si costituiva in giudizio con il patrocinio dell’avv. Giovanni Immordino, dell’avv. Giuseppe Immordino e dell’avv. Giuseppe Nicastro, esponendo le argomentazioni difensive nella memoria depositata in data 04.08.2017, nella quale chiedeva l’assoluzione da ogni addebito.

            2.1. In particolare, la difesa del convenuto eccepiva l’inesistenza del danno.

            All’uopo riferiva che il Tribunale di Messina, con la sentenza n. 2608/2003, aveva condannato il dott. A_ in solido con la struttura sanitaria, ravvisando un’autonoma responsabilità di quest’ultima per la carenza di macchinari, al risarcimento del danno, quantificato complessivamente in € 612.010,00 oltre a € 10.000,00 per ulteriori spese; la Corte d’Appello di Messina, con la sentenza n. 671/2012, aumentava solo il danno patrimoniale da € 126.665,00 a € 142.498,00 e ridistribuiva la responsabilità nella misura complessiva del 90% a carico del dott. A_ e della struttura sanitaria, addebitando il restante 10% ai coniugi autori del sinistro stradale, confermando per il resto la sentenza del giudice di prime cure; il danno complessivo, quindi, era pari a € 617.843,00, di cui € 556.058,70 quello posto in solido in capo alla struttura sanitaria e al medico; con nota del 10.05.2016, la compagnia assicurativa informava di avere corrisposto agli attori del giudizio civile tutte le somme dovute nella misura di € 631.070,00, e che il dott. A_ era tenuto a restituire la somma di € 283.981,00, quale quota di sua spettanza (il 50% del 90% di € 631.070,00).

            La difesa del convenuto sosteneva che l’Azienda Sanitaria di Messina nel corrispondere la somma di € 485.438,02 aveva errato sia perché non trovava alcun riscontro l’assunto dell’organo requirente secondo cui tale somma costituisse l’ulteriore risarcimento quantificato in esecuzione della sentenza del giudice di appello (la differenza tra le due pronunce era di € 15.833,00), sia perché l’intero importo era stato già corrisposto dalla compagnia di assicurazione; inoltre, essendo stata accertata una concorrente responsabilità della struttura sanitaria non era possibile pretendere dal convenuto la quota parte del danno gravante su quest’ultima.

            2.2. La difesa, inoltre, lamentava la violazione dell’art. 9 della legge 8 marzo 2017, n. 24, di cui chiedeva l’applicazione, con conseguente impossibilità di esercitare l’azione di regresso, tenuto conto della situazione di fatto in cui il convenuto si era trovato ad operare, caratterizzata da gravi deficienze organizzative; in subordine, chiedeva che l’importo fosse ridotto entro i limiti di cui al comma 5.

            3. Il pubblico ministero, nella memoria depositata in data 22.08.2017, riferiva che il danno era stato parametrato a quanto contenuto nella delibera n. 879/Cs dell’11.03.2014, che aveva quantificato la sorte capitale e gli interessi; in particolare il danno contestato nell’atto di citazione scaturiva “proprio dall’esubero fra quanto corrisposto come massimale dalla compagnia assicuratrice, e quanto versato dall’Azienda sanitaria, gravata dagli oneri accessori e dalla somma non coperta dal massimale assicurativo”.

            4. Il Collegio, con ordinanza n. 184/2017, disponeva l’acquisizione a cura della Procura regionale di copia delle consulenze tecniche d’ufficio disposte dal Tribunale e dalla Corte d’Appello di Messina, di cui era cenno, rispettivamente, nelle sentenze n. 2608/2003 e n. 671/2012.

            5. Il pubblico ministero, nella memoria depositata in data 31.10.2018, tenuto conto che era stata espletata l’ordinanza n. 184/2017 con l’acquisizione delle consulenze tecniche d’ufficio, reiterava le conclusioni contenute nell’atto di citazione.

            6. All’udienza del 17.01.2018, il pubblico ministero dott.ssa Licia Centro e l’avv. Giovanni Immordino per il convenuto discutevano la causa, insistendo nelle conclusioni di cui ai rispettivi scritti.

            Considerato in

DIRITTO

            1. La Procura regionale ha chiesto la condanna del dott. A_ Angelo, dipendente all’epoca dei fatti dell’ospedale di Milazzo, al pagamento della somma di € 485.438,02, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali, per il danno erariale patito dalla citata struttura sanitaria poi confluita nell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, in seguito al giudizio civile risarcitorio, conclusosi con la sentenza n. 671/2012 della Corte d’Appello di Messina, intrapreso per il sinistro subito daP_ Stefano, cui veniva amputata la gamba destra.

            2. E’ necessario soffermarsi sui fatti di causa, come emergono dalle pronunce del giudice civile e dalle consulenze tecniche in atti, acquisite a seguito dell’ordinanza n. 184/2017, essendo stati concisamente esposti nell’atto di citazione.

            2.1. StefanoP_ e i suoi genitori GiuseppeP_ e Marta M_, a cagione del sinistro stradale patito dallo stesso StefanoP_ il 29.07.1988, cui è seguito il ricovero presso l’ospedale di Milazzo e l’amputazione, in data 02.08.1988, della gamba destra dopo il ricovero presso l’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, hanno citato in giudizio i coniugi B_ e Giancristofaro nonchéA_s.p.a, rispettivamente conducente, proprietario e assicuratore dell’autoveicolo che aveva provocato il sinistro, A_ Angelo, sanitario che aveva provveduto all’ingessatura, l’U.S.L. n. 43 di Milazzo poi confluita nell’A.U.S.L. n. 5 gestione liquidatoria – Assessorato Regionale alla Sanità (oggi Azienda Sanitaria Provinciale di Messina) per il risarcimento del danni subiti; al giudizio è intervenutaB_Assicurazioni s.p.a., presso cui il dott. A_ aveva stipulato una polizza assicurativa, ed è stata chiamata in garanzia dalla struttura sanitaria La M_ Assicurazioni.

            Il Tribunale di Messina, con sentenza n. 2608/2013, dopo avere esperito consulenza tecnica ed escusso i testimoni, ha accertato che il sinistro stradale si è verificato per colpa esclusiva di B_ Carmelo, e che l’amputazione dell’arto destro è stata conseguenza della manifesta carente assistenza sanitaria prestata presso l’ospedale di Milazzo a causa dell’inosservanza del “protocollo diagnostico e terapeutico che la specificità della lesione richiedeva”.

            In particolare, ha evidenziato la grave negligenza del dott. A_ che – nonostante la diagnosi inziale di lussazione posteriore completa del ginocchio (“ematoma in corrispondenza del cavo popliteo e di iniziali turbe vasculo-nervose alle dita del piede”) non potesse non fare sospettare la lesione vascolare causa dell’amputazione chirurgica dell’arto – ha praticato la riduzione della lussazione, la “trazione T-S” e l’ingessatura; quest’ultima da evitare “effettuando preferibilmente una confezione mediante fissatore esterno” oppure “lasciando libera la superficie anteriore della gamba e del piede per consentire una attenta sorveglianza sanitaria”; al contrario il dott. A_ ha provveduto alla “confezione di un gesso coscia-piede che di fatto limitava fortemente il controllo della situazione circolatoria dell’arto”, ponendo così in essere “una condotta terapeutica del tutto inosservante del protocollo diagnostico”; inoltre, il non avere tempestivamente accertato l’alto rischio ischemico, “restando nel buio diagnostico”, ha costituito un ulteriore “errore omissivo grave e gravemente penalizzante per il leso”.

            Il Tribunale, richiamando la consulenza tecnica d’ufficio, ha riscontrato anche alcune carenze organizzative costituite dall’assenza nella struttura sanitaria dell’apparecchio doppler che tuttavia, non hanno influito sulla grave menomazione subita daP_ Stefano; infatti, anche se la mancanza di tale apparecchiatura “dava la possibilità ad accertamenti più dimostrativi quale l’arteriografia e quella dell’esplorazione diretta, pur prescindendo dalla possibilità di trasferimento del malato in altra idonea struttura”, ciò non poteva esimere il sanitario dal “dovere di adottare o disporre e controllare che venissero adottati i possibili accorgimenti sostitutivi, e di informare il paziente del maggiore rischio connesso dalla mancanza di apparecchiatura adeguata nel presidio”.

            In conseguenza di quanto sopra i convenuti nel giudizio civile, con eccezione della M_ Assicurazioni s.p.a. nei cui confronti è stata dichiarata l’inoperatività della polizza, sono stati condannati in solido, senza alcuna determinazione di quote interne di responsabilità, al risarcimento dei danni subiti dal sig. StefanoP_ (danno biologico permanente € 309.645,00, danno biologico temporaneo € 5.700,00, danno patrimoniale € 126.665,00, danno morale € 110.000,00, danno esistenziale € 50.000,00) per un totale di € 602.010,00 nonché a quelli subiti dai sigg.ri GiuseppeP_ e Marta M_ per un totale di € 10.000,00, oltre “gli interessi dal fatto” e alle spese legali quantificate in € 18.773,00, queste ultime maggiorate di I.V.A. e C.P.A.; il Tribunale ha anche disposto, rilevata la mala gestio, la rivalutazione del massimale di polizza diA_s.p.a. e di B_ Assicurazioni s.p.a.

            2.2. La Corte d’Appello di Messina, con la sentenza n. 671/2012, dopo avere sospeso con ordinanza del 13.04.2004 l’esecutività della sentenza del Tribunale per l’importo eccedente € 600.00,00, ha disposto la rinnovazione della consulenza tecnica, nominando un collegio peritale che ha confermato le conclusioni cui era giunto il giudice di prime cure.

            In particolare, il Collegio, dopo avere puntualizzato che la fattispecie all’attenzione del dott. A_ non “richiedesse la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà”, ha accertato in capo allo stesso “la colpa grave … sotto il profilo tanto dell’imprudenza quanto della negligenza” giacché l’amputazione dell’arto avrebbe potuto essere evitata con una adeguata e tempestiva rilevazione del danno vascolare (già al momento del ricovero un esame clinico ben condotto, avuto riguardo al quadro esistente, suggeriva la possibile presenza di una lesione arteriosa poplitea) e con più appropriata modalità di riduzione della frattura poiché la metodica di immobilizzazione prescelta si è rilevata una condotta terapeutica assolutamente carente ed erronea.

            Per quanto riguarda, poi, la carenza organizzativa dovuta all’assenza del macchinario per il doppler, rilevato dal Tribunale, i periti hanno concluso che già il quadro clinico del paziente al momento del ricovero suggeriva la presenza di una lesione arteriosa e “l’esame diagnostico di secondo livello, costituito dal controllo doppler, avrebbe semplicemente confermato il dato clinico” e in ogni caso nessuna carenza sussisteva poiché, come accertato dalla Corte, “la visita cardiologica e l’esame doppler sono stati eseguiti nel momento in cui il dott. A_ ne ha finalmente colto la necessità (momento non coincidente … con quello in cui detta necessità si era realmente manifestata, risalente già al ricovero delP_)”; allo stesso modo, “pur non potendosi escludere l’indisponibilità, all’epoca dei fatti, di quella strumentazione necessaria ad eseguire la stabilizzazione dell’arto con fissazione esterna”, come suggerito dal consulente tecnico d’ufficio del Tribunale, l’immobilizzazione totale dell’arto, senza lasciare libera la superficie anteriore della gamba e del piede per consentire una attenta sorveglianza sanitaria, costituiva una condotta del tutto erronea.

            La Corte ha aumentato il danno patrimoniale subito da StefanoP_ da € 126.665,00 a € 142.498,00 (“oltre rivalutazione dal 2003 alla data della presente decisione ed interessi compensativi sulla somma previamente devalutata alla data del fatto illecito ed annualmente rivalutata sino alla data della presente decisione ed ulteriori interessi legali sulla somma così determinata da oggi al soddisfo”), confermando per il resto le altre statuizioni sul risarcimento dei danni patiti dallo stessoP_ e dai suoi genitori Marta M_ e GiuseppeP_ (a quest’ultimo deceduto in corso di causa sono subentrati gli eredi Gaetano, Giuseppe Marco, Venera Maria, Maria Lisa e StefanoP_ e Maria M_); ha escluso dalla condanna in solido al risarcimento dei danni laB_ Assicurazioni s.p.a. confluita in A_ s.p.a. poiché la stessa avrebbe dovuto solo tenere indenne l’assicurato dott. A_, non avendo i citati attori azione diretta; ha accertato che l’apporto causale del B_, conducente dell’autoveicolo investitore, doveva essere quantificato proporzionalmente nella misura del 10%, con attribuzione della residua quota del 90% alla condotta colposa degli altri convenuti (A_ e U.S.L.); ha rigettato la domanda di garanzia avanzata dalla struttura sanitaria, pur ritenendo pienamente operativa la polizza della M_ Assicurazioni s.p.a. confluita nella Z_ s.p.a. e pur dando atto che la società aveva corrisposto al procuratore degli attori il massimale di polizza pari a € 77.468,56; ha liquidato ulteriori spese legali.

            2.3. La suddetta sentenza n. 671/2012 è passata in giudicato, non avendo proposto appello l’Avvocatura dello Stato, come si legge nella nota prot. n. 34459 del 21.11.2012.

            3. L’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, con deliberazione n. 879/Cs dell’11.03.2014, ha eseguito, tenuto conto di quanto già corrisposto dalle compagnie di assicurazione Assitalia, Z_ e A_ nei limiti dei massimali, la sentenza n. 671/2012 della Corte d’Appello di Messina, corrispondendo la somma di € 485.438,02 nei seguenti termini: € 463.003,59 in favore di StefanoP_ e € 22.434,43 in favore degli eredi di GiuseppeP_ (Gaetano, Giuseppe Marco, Venera Maria, Maria Lisa e StefanoP_ e Maria M_).

            Alla delibera di cui sopra è seguito l’ordinativo di pagamento n. 2117 del 03.04.2014.

            4. Il pagamento è, quindi, conseguenza di quanto dovuto per effetto delle statuizioni contenute nella sentenza n. 2608/2003 del Tribunale di Messina e nella sentenza n. 671/2012 della Corte d’Appello di Messina, detratto quanto versato dalle compagnie assicuratrici, come si legge sia nella deliberazione n. 879/Cs dell’11.03.2014, sia soprattutto nella nota prot. n. 2644 del 22.04.2014.

            4.1. In particolare risulta che: l’Assitalia s.p.a., compagnia assicuratrice dell’autoveicolo condotto dal B_ e di proprietà di Giancristofaro, ha corrisposto il 20.02.2004, in esecuzione delle citate sentenze, a StefanoP_ la somma di € 631.070,00, pari al massimale rivalutato, e ha pagato le spese processuali e di registrazione della sentenza del Tribunale; la Z_ Assicurazioni s.p.a. già M_ Assicurazioni s.p.a. ha corrisposto il 29.09.2011 per conto dell’U.S.L. n. 43, già U.S.L. n. 5 e oggi Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, la somma di € 77.486,56, pari al massimale di polizza; A_ Assicurazioni s.p.a. già Berenese Assicurazioni s.p.a. ha pagato, in data 24.02.2012, per conto del dott. A_ la somma di € 51.645,68, pari al massimale di polizza.

            4.2. Non appare, quindi, fondato quanto sostenuto dal pubblico ministero nell’atto di citazione, ovverosia che la somma di € 485.438,02, “erogata con ordinativo n. 2117/2014, costituisca l’ulteriore risarcimento quantificato in esecuzione della sentenza della Corte d’Appello di Messina n. 671/12”, giacché tale tesi, ampiamente confutata dalla difesa del convenuto, stride con gli atti di causa, tanto da essere corretta dallo stesso attore pubblico con successiva memoria nella quale si legge che il danno “scaturisce proprio dall’esubero fra quanto corrisposto come massimale dalla compagnia assicuratrice, e quanto versato dall’Azienda sanitaria, gravata dagli oneri accessori e dalla somma non coperta dal massimale assicurativo”.

            Del pari priva di fondamento è la tesi difensiva dell’inesistenza del danno per essere stato integralmente risarcito dalla compagnia di assicurazione, con la conseguenza che l’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina non avrebbe dovuto corrispondere nulla; come risulta chiaramente dagli atti di causa, in particolare anche dalla nota del 19.11.2013 del legale del sig. StefanoP_, è stato liquidato solo il danno ulteriore, non coperto dalle compagnie di assicurazione per il superamento dei massimali di polizza.

            Ciò trova anche conforto nella stessa nota datata 10.05.2016 del difensore di INAA_s.p.a., prodotta dalla difesa del convenuto.

            E’, invece, irrilevante ai fini del presente giudizio che detta compagnia di assicurazione chieda la restituzione al dott. A_ della somma di € 283.981,00, pari alla quota parte sullo stesso gravante, avendo la stessa corrisposto l’intero massimale di polizza rivalutato; il danno di cui è chiamato a rispondere il dott. A_ è, infatti, pari a tutte le somme sborsate dall’amministrazione sanitaria in eccedenza rispetto a quanto coperto dalle polizze assicurative.

            5. Il convenuto, poi, rileva che il Tribunale di Messina avrebbe accertato un’autonoma responsabilità della struttura sanitaria, come “la carenza di macchinari funzionanti”.

            5.1. Tela affermazione è frutto di una parziale lettura degli atti di causa, in particolare della sentenza della Corte d’Appello di Messina e della relativa consulenza, acquisita con l’ordinanza n. 184/2017.

            Il giudice di seconde cure, infatti, ha rinnovato la consulenza tecnica d’ufficio, affidandola ad un collegio di tre esperti, per meglio rispondere alle contestazioni del perito di parte del dott. A_.

            Orbene, i consulenti della Corte d’Appello, condividendo sul punto le precedenti conclusioni del Tribunale, hanno accertato che la causa dell’amputazione dell’arto del sig. StefanoP_ fosse da individuare nella condotta gravemente colposa del dott. A_ che, pur dovendo affrontare un intervento routinario senza la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, aveva errato sia nell’esame clinico, non ravvisando la possibile presenza di una lesione arteriosa poplitea, sia nella condotta di riduzione della frattura, provvedendo ad una gessatura completa dell’arto che non consentiva una adeguata sorveglianza sanitaria.

            Gli stessi consulenti, però, in difformità a quanto adombrato dal Tribunale hanno accertato, come sub 2.2.) già esposto, che nella struttura fosse presente e funzionate l’apparecchiatura per il doppler, tanto che l’esame con tale strumento diagnostico, unitamente alla consulenza cardiologica, fu disposto non appena richiesto dal dott. A_; tale richiesta era, però, ormai tardiva a causa della già irreversibile compromissione dell’arto.

            Questo Collegio, quindi, non ravvisa alcuna carenza della struttura sanitaria che nel giudizio civile è stata condannata, per la responsabilità di natura contrattuale, in solido con il dott. A_; nel giudizio di responsabilità, invece, il danno è interamente attribuibile all’odierno convenuto che ha agito con marchiana superficialità, non essendovi i presupposti per addossare parte di questo danno all’ente sanitario.

            5.2. Dal punto di vista probatorio nessun dubbio sussiste sulla possibilità da parte di questo Collegio di utilizzare, quale argomento di prova, le consulenze tecniche disposta nel giudizio civile, ove lo stesso convenuto si è ampiamente difeso, non necessitando ulteriore consulenza, tra l’altro neanche richiesta.

            Il giudice, infatti, nell’ambito della sua discrezionalità e in assenza di espresso divieto normativo, può utilizzare, stante il principio dell’unicità della giurisdizione, prove (consulenza tecnica, acquisizioni documentali, dichiarazione testimoniali ecc…) raccolte anche in un diverso giudizio tra le stesse parti o altre parti, tanto più se il diverso giudizio ha ad oggetto la medesima situazione di fatto, al fine di trarne non solo semplici indizi o elementi di convincimento, ma anche di attribuire loro valore decisivo (Cassazione sezione tributaria n. 2904/2009; sezione lavoro n. 11426/2006; sezione II n. 8585/1999 e n. 2839/1997) ai fini della definizione della causa.      6. La difesa del dott. A_, in ultimo, richiama l’art. 9 della legge 8 marzo 2017, n. 24, sia per escludere la sua responsabilità sia per ridurre l’eventuale condanna.

            La norma invocata non si applica alla fattispecie in esame poiché è entrata in vigore in data 01.04.2017, addirittura in epoca successiva alla notifica dell’atto di citazione; la stessa ha natura esclusivamente sostanziale, basata sulla ricorrenza di determinati presupposti e condizioni, e, pertanto, non può avere alcuna efficacia retroattiva.

            Né tale norma, tenuto conto della gravità della condotta posta in essere dal convenuto, come emergente dalle consulenze tecniche in atti, può giustificare in qualche modo la riduzione dell’addebito prendendo a riferimento i parametri economici ivi utilizzati.

            7. Alla luce di quanto argomentato, ritenuta sussistente la responsabilità per danno erariale, il Collegio condanna il dott. A_ Angelo a pagare a favore dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina la somma di € 485.438,02, con rivalutazione monetaria, da calcolarsi secondo gli indici i.s.t.a.t., dall’avvenuto esborso e fino al giorno del deposito della presente sentenza, nonché con gli interessi legali sulla somma così rivalutata dal predetto deposito al soddisfo.

            Le spese di causa, liquidate come da dispositivo a favore dello Stato, seguono la soccombenza.

P. Q. M.

            La Corte dei Conti – Sezione Giurisdizionale per la Regione Siciliana – definitivamente pronunciando, respinta ogni altra contraria istanza, deduzione ed eccezione, in accoglimento della domanda della Procura Regionale, condanna il sig. A_ Angelo a pagare la somma di € € 485.438,02 a favore dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina, con rivalutazione monetaria, da calcolarsi secondo gli indici i.s.t.a.t., dall’avvenuto esborso e fino al giorno del deposito della presente sentenza, nonché con gli interessi legali sulla somma così rivalutata dal predetto deposito al soddisfo; pone, altresì, a carico del convenuto le spese di giudizio che vengono liquidate a favore dello Stato e quantificate in              € 203,97 (euro duecentotre/97).

            Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio del 17 gennaio 2018.

                                                             Il Presidente ff – Estensore

                                                            F.to Dott. Giuseppe Colavecchio

Depositata oggi in Segreteria nei modi di legge.

Palermo, 06 febbraio 2018

            Il Direttore della Segreteria

      F.to Dott.ssa Rita Casamichele

 

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Corte dei Conti: condannato un medico alla restituzione di euro 485.438,02 Reviewed by on . [box type="info" color="#000000" bg="#cccccc" font="arial" fontsize="14" border="#1b6a84" radius="5" head="GIUSTO UN'OSSERVAZIONE" headbg="#946695" headcolor="# [box type="info" color="#000000" bg="#cccccc" font="arial" fontsize="14" border="#1b6a84" radius="5" head="GIUSTO UN'OSSERVAZIONE" headbg="#946695" headcolor="# Rating: 0
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